Trevignano-Palmarola
Mc 11,33 “Non lo sappiamo”
Quella data dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani è una risposta comoda; uomini di legge che non si prendono la responsabilità di rispondere per timore della reazione del loro interlocutore.
È una risposta che ci appartiene?
Al giorno d’oggi nel vivere qualcosa di bello pensiamo: “è merito mio”, avviene qualcosa di brutto: “Perché?” “Dio dov’era?” o neghiamo la Sua presenza. Questo accade se teniamo Dio a distanza, se lo cerchiamo “al bisogno”, ma soprattutto se non coltiviamo con costanza e fedeltà il nostro rapporto con Lui.
Sentiamo l’agire di Dio nella nostra vita nella misura in cui ci affidiamo, lo ascoltiamo, mettiamo in pratica ciò che Egli ci insegna, solo così possiamo testare la nostra fede. Gesù seguiva la legge, ma ha introdotto il comandamento dell’amore che non si lega a nessuna “costrizione”, ma diventa un vero segno di comunione tra l’uomo e Dio e tra gli uomini.
Se qualcuno ponesse a noi una domanda su Dio mettendoci alla prova, risponderemmo anche noi “non lo sappiamo?”. Sicuramente valuteremmo chi pone la domanda, se a farla è qualcuno che vuole provocare, allora la possiamo usare come risposta, ma se dall’altra parte percepiamo disponibilità di cuore, ecco che il farsi testimoni ha senso. Ma è giusto agire così? Quanto quel “non lo so” può pesare come risposta a chi chiede?
Solo davanti a domande “spirituali” ci chiediamo quanto conosciamo realmente Dio e quanto realmente siamo legati a Lui. Se la nostra fede fosse tiepida probabilmente risponderemmo anche noi “non lo so”, ma se crediamo nell’Amore che salva, che si fa presenza nella nostra vita, essere testimoni credibili e audaci è la risposta più bella che possiamo dare a Dio.